Delivery: un antidoto per la ristorazione

Di @lilla_milli




Prima o poi gli italiani si stancheranno di cucinare. Sono settimane che preparano di tutto: pane, pizza, cornetti, pasta all’uovo, qualsiasi tipo di torta e crostata.

E dopo più di un mese di smart working, di aperitivi negati il venerdì sera e di cucina domestica arrangiata non aspettano altro che tornare a cena fuori nel loro locale preferito.


Ma per tornare ai vecchi tempi ci vorrà ancora un po’.

Non sappiamo quanto, non è stata definita una data certa di riapertura dei ristoranti, ma sicuramente le regole del nuovo decreto saranno durissime, dal distanziamento tra commensali e tra i tavoli, agli accessi regolamentati e scaglionati. Alcuni hanno addirittura ipotizzato dei vetri separatori tra una sedia e l’altra.

Ma abbiamo una certezza: il delivery salverà le persone dalla noia culinaria, salverà chi ha finito il lievito di birra e non ha nessuna intenzione di rinunciare ad una margherita ben fatta e a una pinta di birra artigianale.

La gente sta rinunciando alla libertà, non rinuncerà alla qualità.

E, soprattutto, il delivery salverà il mondo della ristorazione dal baratro, trasformandosi in un’opportunità anche per piccoli produttori e botteghe che, attraverso le consegne a domicilio, si stanno facendo conoscere e apprezzare. Basti pensare ai tanti produttori ortofrutticoli che settimanalmente consegnano le box di frutta e verdura a chilometro zero. Molti sono i rifornitori che prima servivano i ristoranti e adesso si stanno allargando ai privati.

È ovvio che i punti interrogativi sono tanti, è così per tutti. Ma piangerci addosso non pagherà le bollette, e piuttosto che lamentarci che una sala che prima accoglieva 100 coperti adesso potrà ospitarne 30, organizziamo il prossimo futuro al meglio. Inoltre, abbiamo i numeri dalla nostra parte: secondo un’analisi di Coldiretti, 18 milioni di italiani usano il delivery regolarmente.

Ed è vero, secondo uno studio di un’agenzia di marketing che rappresenta 30 mila ristoratori, l’80% registra cali tra il 40 e il 90%, il 10% non ha registrato cali e il 10% sta guadagnando di più proprio grazie al delivery.




Partiamo dalla colazione:

il modo migliore per un italiano di iniziare la giornata è cornetto e cappuccino. Prima di andare in ufficio, o con calma la domenica mattina, leggendo il giornale. E se i bar sono chiusi, questo non significa che non potremo mai più inzuppare un saccottino nel caffellatte. Molti bar e pasticcerie sono rimasti chiusi, ma molti altri si stanno affidando ai servizi di consegna o lo fanno internamente.

Il pranzo:

da un momento all’altro tutta Italia ha imparato a lavorare in smart working e i lavoratori non hanno tempo né voglia di prepararsi il pranzo, né vogliono mangiare panini o riso in bianco 5 giorni su 7. Sono tante le ghost kitchen che già da prima del covid elaboravano il menù, lo promuovevano online e gestivano la consegna in tempi ridotti. Già prima questa era una soluzione che riduceva all’osso i costi, garantendo prezzi più competitivi. I lavoratori in genere sono abituati ad ordinare: sono abituati a scegliere ogni giorno una cosa diversa, alternando una carbonara, a un pokè o un’insalata. C’è una buona parte di Italia che sta continuando a lavorare e ha fame!

La cena:

per chi l’avesse dimenticato siamo in QUA-RAN-TE-NA. È un mese non ascoltiamo altro che brutte notizie in tv, dai social e dal vicino di casa che ci riassume al dettaglio la diretta di Conte appena ci vede sul balcone a stendere i calzini.

Uscire e andare al ristorante per mangiare bene o sfondarci di sushi ci manca tantissimo. E la sera abbiamo più tempo rispetto al resto della giornata. Alcuni ristoratori stanno organizzando delle box con tutti gli ingredienti e le istruzioni per prepararsi a casa la cena, proprio come l’avremmo ordinata in ristorante. Si può spaziare tra piatti locali o internazionali, tra cucina casereccia o stellata. Sono tanti gli chef, anche stellati, che hanno da subito adottato il servizio di delivery o di box delivery. Alcuni nomi sono Da Vittorio di Brusaporto, chef Filippo La Mantia, Retrobottega e Santo Palato a Roma e tanti altri.

Il bisogno e la necessità in alcuni momenti servono anche ad attraversare frontiere che prima non avevi mai preso in considerazione.

Vino e bevande:

siamo sicuri che l’alcol in questo momento non manca in nessuna casa, ma c’è il rischio che la cantinetta si prosciughi più velocemente del solito, e come per ogni momento della giornata, anche le enoteche, le birrerie artigianali e i cocktail bar non potevano certo mancare all’appello delle consegne.

Ma non solo, questa è l’occasione per tanti produttori di farsi conoscere grazie al web e ai social e per i distributori che prima effettuavano il servizio per ristoratori e alberghi, di allargarsi al pubblico, con offerte adatte a questo nuovo target. Mai come in questo momento è importante l’attenzione al cliente.



In conclusione:


Insomma, le possibilità sono tante, come le difficoltà. Come il ricreare il momento in cui si va a mangiare fuori per condividere un’esperienza. Portare a casa quell’emozione è la vera sfida. E certamente bisognerà rimboccarsi le maniche.

Magari potremo ritrovare quell’emozione salutando il nostro cameriere di fiducia che ci consegna l’ordine a casa. Il cibo ha un enorme potere ed è quello di costruire i ricordi nella mente delle persone. È per questo che andiamo al ristorante, oltre che per evitarci la fatica di cucinare. La sfida a cui la ristorazione è chiamata è consegnare la serenità a domicilio, ma tutti possono (e dovrebbero) provarci.



Parole chiave:

Determinazione, Organizzazione, Idee, Qualità, Comunicazione, Delivery, Possibilità.



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Buon lavoro e buona quarantena,

Cheers!



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